Quando diversi mesi fa abbiamo visto per la prima volta il trailer del film Barbie, la prima reazione è stata abbastanza di straniamento. Nel senso che, per quanto si siano già visti cartoni animati o film in CGI su Barbie, era sempre sembrato piuttosto difficile trarre da un personaggio così vuoto caratterialmente, così controverso socialmente, un vero e proprio film che non fosse una cosa per bambini. Ma vedendo Margot Robbie e Greta Gerwig, già regista di “Piccole Donne” e “Lady Bird”, coinvolte nel progetto, la curiosità era necessariamente alta.
Ad aumentare lo straniamento, contribuiva il fatto che il trailer iniziale del film era estremamente ironico e surreale, vedevi Margot Robbie sprofondare in questo mondo di plastica, superficiale, sciocco, semplice, nelle sue dinamiche così infantili, e ti domandavi quanto potesse andare in là questo tipo di narrazione, dove potesse portare questo tipo di racconto. E la fantasia faceva veramente fatica, perché poteva risultare divertente vedere questi personaggi così demenziali, scritti e interpretati come se fossero all'interno del gioco di un bambino, però fai fatica a immaginare di poter reggere un'ora e mezza o due su questi toni, su questi ritmi. E quindi la curiosità andava di pari passo con un qualche tipo di scetticismo.
Scetticismo, appunto, calmierato dalla presenza di Margot Robbie e Greta Gerwig. I mesi passavano e i trailer si ripetevano prima di ogni film che siamo andati a vedere, e ogni volta comunque c'era la certezza che il venti luglio saremmo stati tutti al cinema a guardarlo. E così è stato.
Siamo entrati in sala che erano le 10:30 del mattino, e solitamente quando facciamo andiamo questo tipo di orari per poter avere più tempo per scrivere, recensire e girare, ci ritroviamo a essere in sala con 1,2…3,4…5 persone, non di più. Per Barbie invece è stato abbastanza strano notare che in biglietteria c’era un po’ di coda, costituita al 95% da ragazze e donne, molte delle quali vestite e truccate di rosa, a calarsi nel brand di Barbie prima ancora di vedere il film. A Indiana Jones, in una situazione simile, non c’era gente vestita da esploratore, nessuno si è portato dietro una frusta o un cappello in sala, e invece qui diverse persone, diverse ragazze, si sono sentite di truccarsi e vestirsi per calarsi nell’atmosfera caramellosa tipica del brand, ed è una cosa piuttosto particolare. Sono pochissimi i film che spingono questo tipo di comportamenti. Forse Star Wars, e pochi altri. Parte la riproduzione, e quello che poteva essere un impatto abbastanza straniante, è un minimo addolcito dal fatto che il film cominci letteralmente con il trailer, con scene del trailer, quindi ti trovi in un posto in cui sai che saresti finito, che è Barbie World.
E Barbie World è quello che il trailer ti raccontava, ovvero il mondo perfetto di Barbie, in cui Barbie e tutte le sue varie versioni, che sono decine e centinaia, vivono una vita perfetta, giornate perfette, nel regno della superficialità, della bellezza della leggerezza.
Convinte addirittura di essere una fedele riproduzione del mondo reale, e anzi di aver ispirato il mondo a diventare un posto in cui tutte le donne hanno successo, sono esattamente ciò che vogliono essere, dall’essere madri ad essere dottoresse, scienziate, astronaute, scrittrici, premi Nobel, presidenti e via dicendo. Immediatamente c’è questo impatto con questa illusione, con questa superficialità estrema.
Il brand di Barbie in questi momenti sembra giocare ad autoassolversi da qualsiasi criticità, raccontandosi come un marchio volto a ispirare le giovani donne a essere la versione migliore di sé stesse, e a vivere la loro vita nel migliore dei modi. Senza che invece tutta questa declamata perfezione le porti ad odiare se stesse per non essere delle intellettuali benestanti, col fisico da modella, un lavoro da sogno e tutto il tempo libero che desiderano. È chiaro l’intento ironico in questa cosa, è chiara la scelta di creare questo mondo surreale, apparentemente radicalmente femminista, in cui Ken è un completo idiota che vive soltanto del proprio riflesso negli occhi di Barbie, e che ne è dipendente. Non riesce a creare una comunità di Ken, di uomini, di ragazzi, di persone, perché sono tutti in violenta competizione per l’attenzione e le preferenze delle varie Barbie. Che sono gli unici soggetti di diritto e col potere di determinare sé stesse. E in quel mondo, determinare sé stesse equivale a fare una vita di feste e serate per donne, trattando i Ken letteralmente come maggiordomi, come utensili, come accessori, cosa che poi rappresenta effettivamente la funzione dei bambolotti, perché, come ricorda Ryan Gosling, in un’intervista da Jimmy Fallon
Ken è uno stupido accessorio, nessuno gioca con Ken, che non serve a niente. E solo lì a fare il bellimbusto
Ryan Gosling
A interrompere questo idillio iper-sessista e totalmente surreale giunge l’imprevisto. La nostra Barbie stereotipo, Margot Robbie, ha delle incertezze, dei dubbi e delle imperfezioni. Incomincia a pensare alla morte, i suoi piedi, dall’obbligarla a camminare in punta, improvvisamente diventano piatti, come se fossero di una persona normale, reale. E guardandosi una coscia intravede cellulite. Questo manda completamente ai matti Barbie, che non si riconosce nel suo non funzionare più. La sua vita perde di perfezione e diventa precaria, incerta, incredibilmente umana per essere comunque calata nell’orizzonte di Barbie World, dove tutte le altre sono donne perfette, in carriera, intelligenti, acculturate. Questo la obbliga a rivolgersi a Barbie la stramba, che le permetterà, come si vede nel trailer, di accedere al mondo reale e capire perché tutta questa imperfezione le stia cadendo addosso, quale ne sia la causa. La Stramba è il primo personaggio realmente interessante, che ci vorrebbe spingere ad una riflessione. È raccontata come la prima Barbie che, in seguito ai maltrattamenti di una bambina, perde la propria perfezione. E per questo motivo viene emarginata. Barbie Stereotipo di Bellezza, la nostra Margot, non è diversa dalle altre Barbie nel discriminarla. E quando vi si rivolge, lo fa per scopi utilitaristici. Per usarla, in qualche modo. Quando la incontra, scopre che per un qualche motivo il mondo reale le sta entrando dentro, donandole una accenno di profondità che la mette in crisi. Quindi le viene offerta, in una scelta che ricorda molto quella proposta a Neo in Matrix, la possibilità di andare nel mondo reale. La Stramba le pone davanti un sandalo da un lato e una scarpa col tacco dall’altro, come se fossero la pillola blu e la pillola rossa. E a rendere ancora più palese la citazione, sulla fronte della stramba ci sono dei segni, uno rosso e uno blu.
La nostra Barbie vorrebbe assolutamente restare col suo tacco a spillo a fare la sua bella vita in Barbie World, ma la Stramba la invita fortissimamente ad andarsene nel mondo reale per risolvere il problema che la sta rendendo imperfetta. Il Ken di Ryan Gosling la segue e i due arrivano a Los Angeles per rendersi conto di come questa sia in qualche modo aderente al loro mondo perfetto, ma in senso del tutto speculare. Nel mondo di Barbie, i Ken sono creature socialmente riconosciute come inferiori, “al servizio di”, che trovano un proprio valore soltanto nel loro riflesso negli occhi delle Barbie, quindi della classe privilegiata, dominante. E Barbie quando arriva nel mondo reale si mette subito a cercare femminilità nei posti che meno ci aspetteremmo, e uno di questi è un cantiere. Perché lei si immagina che a fare lavori duri, lavori importanti, siano donne. Tenuto comunque conto del fatto che in Barbie World nessun lavoro è veramente duro, perché tutto segue le regole del gioco, tutto è semplice e leggero. Ma nel mondo reale non è così, anzi. L’impatto è duro perché qui trova un sottostante di violenza costante, continua e perpetua, specie per una donna: e quindi molestie, aggressioni, volgarità. Ne è sconvolta tanto Barbie quanto Ken. Ma. Ma. Se da un lato Barbie è spaventata, e vuole tornarsene più in fretta possibile nel suo mondo, dall’altro abbiamo un Ken che fa la conoscenza del mitologico e straordinario patriarcato. E improvvisamente si domanda: “ma io? Valgo qualcosa anche al di fuori dello sguardo di Barbie?”
Qui comincia una sorta di percorso di emancipazione di Ken, che sulle prime è un’emancipazione violenta, perché lo porta a idealizzare un mondo in cui comandano gli uomini. E tenta di portarselo a casa, di ricrearlo in Barbie World, rendendola Ken World. Venendo al paragone col mondo reale, qui abbiamo una sorta di rappresentazione del percorso di emancipazione di genere, che passa spesso attraverso una fase estremamente distruttiva e concettualmente violenta, che non punta ad un mondo paritario, equo, ma ad un mondo in cui l’ordine è ribaltato e dove comandava un genere, ora comanda l’altro, ereditandone i metodi “totalitari”.
E in questa parte del film è abbastanza divertente vedere Ken ricreare una parodia del mondo dominato dagli uomini in Barbie World, trasformandolo in un parossistico Ken World, in cui le donne sono manipolate affinché credano persino di essere felici, alleggerite di ogni fardello psicologico, ogni responsabilità pratica.
La rappresentazione qui è un pochettino didascalica, non brillantissima e raffinatissima, però bisogna anche comprendere che il linguaggio rimane quello della commedia demenziale e quindi è già notevole lo sforzo di inserirvi un qualche tipo di critica sociale. Rimane comunque il dispiacere di vedere una scintilla che non esplode in un incendio, perché il film si autolimita. Le parole che mi sono venute in mente guardando questa parte del film sono stilizzazione e antitesi. Il film procede stilizzando e semplificando i costrutti sociali per farne immagini, simboli. E da questa stilizzazione arriva a generare un’antitesi del nostro mondo, ribaltandolo completamente, e mantenendolo per questo, in qualche maniera, identico. Cambiare tutto per non cambiare assolutamente niente, come nel Gattopardo. I Ken erano la classe inferiore che viveva nell’ombra e nel riflesso di quella dominante, le Barbie. Ora la realtà è semplicemente ribaltata e ci sembra diversa perché magari i Ken hanno attitudini, interessi e capacità diverse rispetto alle Barbie. Ma la verità è che lo stato di sopruso generale rimane identico, preciso, uguale. Questa fase del film vive anche di riproposizione di stereotipi abbastanza classici sul maschio medio, sul modo in cui manipola una donna per renderla una serva, per farne un proprio strumento, tra microaggressioni volte a demolirne l’autostima, saltuarie lusinghe utili a concupirla e gaslighting fondamentale per confonderne gli orizzonti.
In queste scene vediamo Greta Gerwig uscire, o quantomeno tentare di uscire dalla prospettiva di commedia demenziale quale il film in gran parte è, ma il compromesso è evidente, non può andare oltre un certo limite. E questo genera un effetto strano, perché in una commedia demenziale, tu dovresti ridere per gran parte del tempo, tra una battuta puerile e l’altra. Qui sorridi, ridi qua e là, ma non c’è mai un momento in cui lacrimi dalle risate. Al contempo ti viene da pensare, riflettere, ma non arrivi quasi mai, se non forse nel finale, ad avere epifanie o comunque momenti di interiorizzazione profonda. Fa un po’ di questo e un po’ di quello, senza però riuscire ad eccellere in nessuna delle due cose.
Il film vive di un’ambiguità, per cui vorrebbe essere descrittivo in maniera profonda di quella che è la vita di una ragazzina nel 2023, Ma non può farlo perché ha dei paletti commerciali che non può travalicare. Mattel, comunque vada, dopo questo film deve necessariamente vendere più Barbie, non meno Barbie, non è un mockumentary satirico d’autore che vuole distruggere un immaginario.
È un film di intrattenimento con autori che devono dare un colpo al cerchio e uno alla botte.
Deve criticare Barbie, Mattel e il mondo che in qualche maniera hanno contribuito a creare, ma lodarne gli intenti, la volontà, i meriti. Per questo motivo abbiamo a che fare con il Board di Mattel, diretto da un Will Ferrell che ci ricorda vagamente il Mugatu di Zoolander. Lo vediamo recitare la parte del femminista, di quello il cui unico intento è garantire un mondo migliore, un futuro migliore e una amor proprio migliore alle ragazzine di tutto il globo. Ma per farlo ha riunito una squadra di soli uomini, a ricalcare la più classica situazione da mansplaining, per cui a spiegare alle donne come vivere la vita deve essere un uomo. Simboliche sono le relazioni tra Will Ferrell e il reparto marketing del suo board. Le opinioni di Ferrel rispetto a eventuali nuove Barbie cambiano verticalmente da, zero a cento, a seconda di cosa il reparto marketing suggerisca, spogliando Mattel e in generale l’industria dei giocattoli da qualsiasi reale intento pedagogico ed etico.
Che questo film rappresenti una antitesi del mondo reale e non una proposta per un mondo che possa essere migliore sin da oggi è chiaro anche all’autrice, perché ad un certo punto, quando Barbie riesce a riprendere il controllo del Barbie World, è reso chiaro a Ken come stia a lui trovare la propria identità e costruirsi un proprio spazio definito all’interno del mondo. Il personaggio di Ryan Gosling è chiamato a spogliarsi di tutte quelle aspettative rispetto al giudizio di Barbie. È chiamato a costruirsi un’identità al di fuori dell’essere il “fidanzato storico di”. In questo senso, il momento in cui prende il controllo del mondo di Barbie e ne fa il proprio, deve diventare non più un punto d’arrivo in cui Ken può trovare la propria felicità a discapito di quella di Barbie, ma un punto di partenza per comprendere e conoscere sé stesso al di fuori degli schemi cui è sempre sottostato. Quella di Gerwig in questo senso suona come una critica al femminismo più estremo, ma ancor di più al sessismo in generale. Perché non è un mondo realmente perfetto quello in cui un genere o un gruppo sociale domina alle spese di un altro. Non c’è felicità nel disconoscere la propria umanità e le proprie capacità empatiche per inseguire un utile materiale immediato. E Barbie viene portata a capirlo. E come lei Ken.
Il percorso dell’eroe, nella formazione di questi personaggi, non li porta dall’immaturità alla completa maturità. Alla fine del film non sono realizzati, anzi sono all’inizio. All’inizio del loro reale percorso di vita per diventare delle persone. E questo è il punto di arrivo del film, della narrazione. L’intento etico da cui Gerwig non riesce a sottrarsi è quello di dirti “Ehi, guarda che il mondo là fuori non sarà perfetto dall’oggi al domani, non ci sarà una personalità forte, buona, illuminata che te lo renderà paradisiaco. Sta a te”. Il film non vuole dirti come tu debba autodeterminarti. Non ti indica una strada precisa. Ti dice semplicemente che devi farlo, che sta a te, che è in tuo completo potere. La società è complessa, ingiusta, squilibrata. Tu puoi decidere se cavalcarne le opportunità in maniera egoistica, oppure provare a cambiarla dall’interno. Barbie non è l’eroina contro Ken il cattivo. Anche quando sembrerebbe essere così, quando vediamo Barbie e tutte le Barbie venire sottomesse, ingannate, manipolate. Sono letteralmente due facce della stessa medaglia. Non ci sono intenti malvagi in nessuna delle due visioni del mondo. Solo l’ingenua visione del mondo come emanazione del proprio io. Infatti Barbie quando si vede sottomessa dai Ken, non ha un moto di coscienza che la porta a immaginare un mondo migliore, più giusto. Lei vuole ripristinare lo stato delle cose com’era prima. Rivuole il proprio ruolo privilegiato. E quando lo riottiene non si siede a un tavolo con Ken per contrattare un nuovo status quo. Gli parlo sinceramente gli racconta del proprio percorso di crescita e lo invita a fare uno a sua volta, ma trovandosi da solo, i propri spazi. Prendendosi da solo i propri diritti. Il mondo non ti regala niente. E Barbie World si spoglia di ogni velo e parvenza di perfezione. Abbandona l’illusione di essere un modello da inseguire. Perché non esiste un modello di mondo felice che si basi su una dominazione di un genere sull’altro. Non c’è un’esistenza felice nella dipendenza da un’altra persona. Non c’è un equilibrio possibile che possa fare a meno del rispetto reciproco, della comprensione dell’altro. E, seppur non in modo brillantissimo, il film arriva a dirci tutte queste cose.
Vengono anche messi in discussione, seppur brevemente, i rapporti di coppia. Qui abbiamo un Ken ossessionato dal trovare la propria validazione nell’apprezzamento di Barbie. Non possedendo genitali, e non potendo fare effettivamente sesso, quando Barbie si sente proporre da Ken di passare la notte insieme, gli chiede quale sia il suo scopo, e Ken risponde “non lo so”. Per quanto questa voglia essere una battuta demenziale, fa risaltare come sia estremamente comune, in tutti noi, il ritrovarci ad inseguire un rapporto senza capirne profondamente il perché. Barbie non è intelligente, non è stimolante nelle sue interazioni con Ken, anzi, non ha un rapporto profondo con lui. Ken non ha un motivo al mondo per amare Barbie. Ottenerne “l’amore”, in un mondo in cui l’amore non esiste, è un proposito egoistico, una meta arbitrariamente posta a segnalare la sua realizzazione. Ken rincorre un orizzonte privo di senso, per il solo scopo di continuare a correre e con confrontarsi con la vuotezza della sua vita.
Margot Robbie e Ryan Gosling fanno un buon lavoro nell’interpretare i personaggi, le cui espressività però sono estremamente limitate. I loro umori sono piuttosto binari, saltando dal felice al triste senza troppe sfumature di mezzo. Sul finire della pellicola, a causa del loro percorso di umanizzazione, guadagnano qualche sfumatura emotiva, ma non sono chiamati ad affrontare momenti tragici o di approfondimento psicologico pesante. Margot Robbie forse un pochino di più, ma siamo sempre all’interno di certi limiti per cui non viene mai chiamata a fare l’interpretazione della vita. In Tonya e Babylon è stata chiamata certamente a prove più complesse, mostrando la propria bravura.
Accanto ai due protagonisti, tra personaggi effettivi e comparsate, abbiamo un cast piuttosto celebre. Chi ha visto la serie “Sex Education”, che a settembre peraltro vedrà l’uscita dell’ultima e conclusiva stagione, avrà notato Emma Mackey, Ncuti Gatwa e Connor Swindells. Oltre a loro abbiamo Simu Liu, visto recentemente in Shang Chi, Michael Cera, che nel 2010 interpretava Scott Pilgrim nel film omonimo, America Ferrera, nota come Ugly Betty, Issa Rae, vista un paio di mesi fa in Spiderman Across The Spiderverse, e poi Jhno Cena, Dua Lipa, Helen Mirren, Rhea Perlman e via così.
Conslusioni su “Barbie”
Il film è stato scritto da Greta Gerwig e dal suo compagno, Noah Baumbach, in un processo creativo che si presentava drammaticamente in salita. Non è la prima volta che un autore di livello è chiamato a lavorare su un personaggio pop. Il caso più celebre è certamente il Batman di Christopher Nolan. Nel caso di Barbie, però, la sfida era, onestamente, complessa, oltre ogni limite. Batman ha una storia concreta, organica, complessa, stratificata, ha una sua personalità. Per creare una storia su di lui ci si può spiegare a tante reference, e di gran livello.
Barbie invece è un personaggio completamente bidimensionale. Non ha una personalità, ha una storia, ma è più che altro un albero genealogico e poco altro. Nasce, cresce e muore come prodotto commerciale. Il suo sforzo di interpretare i tempi è legato più che altro ad aumentare le vendite. E proprio dal suo aspetto commerciale nasce da enorme difficoltà di scriverle una storia attorno. Greta Gerwig in questo, per sua stessa ammissione, si è procurata dei gran mal di testa. La scrittura che ne è uscita, che è uscita da questo compromesso, è necessariamente frammentaria e con dei ritmi altalenanti. Vorrebbe dire 1000, ma le è permesso di fare soltanto 100.
E questo ha come conseguenza una regia altrettanto incerta. Il film si costituisce come una commedia a tratti demenziale, che ogni tanto vorrebbe essere un musical e che seguendo quella strada troverebbe un maggior compimento. Infatti, il linguaggio del musical, fatto di canzoni, musiche, danze e gestualità simboliche, forse avrebbe permesso una critica sociale più acuta, più sottile e più forte, utilizzando dei simbolismi che ne mascherino la crudezza.
La fotografia è molto scolastica, fatta di campi larghi, puramente descrittivi e poco empatici per la maggior parte del tempo. A ciò porgono parziale rimedio delle scenografie molto belle, molto curate e perfette per lo scopo. Belle anche le coreografie dei balli. Proprio per questo in tanti momenti ci sembra molto più efficace il linguaggio del musical, per questo tipo di opera. Con un musical che si rifacesse un po’ agli stili di La La Land, West Side Story o Tick Tick Boom avresti potuto maggiormente mascherare la critica sociale e la critica a Barbie, da puro intrattenimento artistico, generando complessivamente maggiori emozioni, maggiore coinvolgimento emotivo. Specie perché nel cast comunque hai gente perfetta per questo genere di performance. E un esempio brillante è il balletto che fanno un certo punto tutti i Ken assieme, e che in poco tempo riassume la spaccatura e ricomposizione del loro gruppo.
Buono il modo in cui Gerwig decide di concludere il film, portando tutti quanti ad un finale abbastanza lieto. Qui la regista si prende qualche spazio per dei piccoli monologhi ispirazionali e riflessivi, senza chiaramente raggiungere particolari vette, ma dando comunque alla narrazione una buona chiusura. Barbie decide di essere Barbara e di vivere nel mondo reale. Tenera la scelta di chiudere con la sua prima visita ginecologica, con tutto ciò che questo comporta. Piacevole il cameo di Rhea Perlman ad interpretare il fantasma di Ruth Handler, vera creatrice di Barbie, e di Barbara Handler, sua figlia, che interpreta se stessa. Potremmo continuare a citare tanti piccoli momenti interessanti del film, ma prima di passare al riassunto e al voto finale, vi chiediamo di dirci la vostra nei commenti, magari ricordandoci qualcosa che abbiamo tralasciato in questa breve discussione sul film. Oltre a questo, ci aiutereste tantissimo a crescere e migliorare lasciando un like al video e iscrivendovi al nostro canale. Per voi è gratis, per noi invece è letteralmente linfa vitale.
Tornando a noi, riassumendo, Barbie di Greta Gerwig ha una regia da 7, una fotografia da 6,5 e una scrittura che si guadagna un 7 per il merito di essere riuscita a tirar fuori qualcosa di buono da Barbie, con tutti i paletti che implica doversi rifare ad un immaginario così scarno ma al contempo complesso, data la sua natura commerciale, popolare, sacrale.
Le scenografie sono da 9, le coreografie dei balli meritano un buon 8, mentre per i costumi siamo vicino alla perfezione, 9,5.
Molto buone e adeguate le musiche, che si attestano su un 8.
Il voto complessivo all’opera oscilla tra il 7 ed il 7,5, a seconda della fascinazione che il brand esercita su ognuno di voi. Il 7,5 può essere giustificato dall’aver avuto la capacità di estrarre un buon lavoro da premesse estremamente difficili. Il 7 invece dall’essersi fermati a pochi metri di distanza da quel muro di ipocrisie legate a Barbie, che questa opera si limita a sfiorare, accarezzare e, parzialmente, giustificare.
La visione è abbastanza consigliata a tutti. Il film intrattiene e si lascia guardare da chiunque sia disposto a prenderlo con la giusta dose di ironia. Chi invece provasse repulsione rispetto a qualsiasi discorso inerente patriarcato, femminismo ed emancipazione di genere, può tranquillamente evitare e tornare a galoppare il proprio cavallo alfa, bevendo birrette e cantando canzoni d’amore, strimpellando una chitarra davanti ad un falò, fissando la propria donna con sguardo fintamente imbarazzato mentre si millanta una sensibilità ed una fragilità che non si hanno. E se siete arrivati a guardare la recensione fino a qui, immagino capirete questa specie di citazione.